Le trasformazioni tecnologiche e la crisi economica stanno determinando un passaggio epocale nell’informazione paragonabile e probabilmente superiore a quello che a cavallo tra fine anni ’70 e primi anni ’80 investì la stampa nazionale e internazionale. Questa trasformazione riguarda la proprietà dei media, la loro concentrazione, la loro stessa esistenza e la qualità dell’informazione.

Media tradizionali come la stampa sono destinati a sopravvivere in maniera completamente diversa rispetto al passato e in questo passaggio già assistiamo alla chiusura di molte testate: il pluralismo dell’informazione è quindi minacciato giorno per giorno.

I nuovi media allargano la possibilità di informazione e di espressione ma non è difficile prevedere che anche qui assisteremo a una concentrazione di risorse umane e finanziarie.

La stessa distinzione tra informazione, pubblicità e propaganda, che un tempo veniva monitorata dalle organizzazioni professionali, si fa sempre più labile: questo è uno degli attacchi più temibili e sottili alla libertà e al pluralismo. Quello che si rende sempre più necessario è almeno una authority a livello europeo per sorvegliare e se possibile intervenire in tali situazioni.

Come inviato di esteri che da 30 anni segue sul campo i principali eventi politici e bellici internazionali rivesto un ruolo che sotto il profilo contrattuale e anche di fatto è stato abolito dai nuovi accordi giornalistici nazionali e anche sul piano europeo non è molto diverso: quindi vi parla una figura professionale che non esiste più, tecnicamente morta.

L’inviato, per la sua autonomia professionale, non era più una presenza funzionale all’organizzazione del lavoro. È certamente una perdita perché mancherà una possibilità per i giovani di specializzarsi e di crearsi dei percorsi alternativi ma non è una tragedia: sopravvivrà, e già accade, in forme nuove e diverse.

Mi sia concesso un ricordo personale: quando 32 anni fa decisi di seguire la rivoluzione in Iran partii dall’Italia in treno fino in Turchia per proseguire in corriera fino a Tabriz e Teheran. Avevo 23 anni ed ero andato laggiù per vedere come era fatta una rivoluzione e sto ancora assistendo in questo ultimo anno alle rivoluzioni in corso nel mondo arabo: forse ho cercato fuori quello che non ho mai visto qui nel mio Paese. Ma c’è ancora una speranza.

 

Buon lavoro e buona fortuna a tutti!

Alberto Negri

 

Alberto Negri, giornalista italiano, è corrispondente estero per  “Il Sole 24 Ore”, quotidiano per il quale ha seguito i principali eventi degli ultimi decenni in Medio Oriente, Africa, Balcani e Asia Centrale. I suoi reportage sono raccolti nell’Antologia del giornalismo italiano curata da Franco Contorbia per i “Meridiani” Mondadori. È, inoltre, autore del libro “Il turbante e la corona: Iran 30 anni dopo” (Tropea editore, Milano 2009) e membro dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).